ANTONINO SCUZZA

Nasce a Podello, piccolo centro contadino alle foci del fiume Bradano nel 1906. Filosofo e meridionalista, fu maestro di Gerardo Candesi. Come il Candesi anch'egli era un contadino e, come il Candesi anch'egli prese dalla terra lucana il suo amore per la poesia. Purtroppo  lasciò pochissime opere scritte ma, visto il suo forte attivismo nel movimento di lotta contadina, non ebbe mai un buon rapporto con l'editoria nazionale, tanto che ad oggi, nessun suo lavoro è stato mai pubblicato. Famosa è però "L'ode al mattino" canto di protesta e simbolo delle lotte contadine in basilicata del 1950, opera che si sta cercando di recuperare. Tra i suoi lavori si ricordano anche il trattato "Sud-svegliati che è tardi..." e "podere contadino". Si ricorda anche una raccolta di poesie in dialetto podellico "Quatta Quatta" che è considerato anche un ottimo lavoro filologico di conservazione del dialetto lucano. La sua storia è intrisa di misteri tanto che ad oggi nessuno mai ha sviluppato una attenta analisi critica del suo pensiero. Fu il primo a credere fortemente nel lavoro di trasmissione della conoscenza, unito al processo del suo accrescimento e formazione critica delle coscienze. Profondo sostenitore delle tesi anti-moraliste e della libera riflessione ontologica, è un esempio stupefacente dell'autoapprendimento e del rifiuto ad ogni forma di violenza sociale. Infatti, è stato tra i più avversi alla Chiesa e al cattolicesimo, come dimostra l'opera "Luntano da li preuti" interamente scritta in italiano (tranne il titolo). Personaggio contraddittorio, vista la sua forte connotazione politica durante i moti contadini, fu un sostenitore del pacifismo internazionalista e si schierò contro ogni forma di abuso dell'idea. Durante il fascismo fu antagonista prima e in seguito, dopo lo scoppio della seconda grande guerra fu disertore. Fondatore del movimento indipendentista lucano, che ebbe però davvero scarsi risultati e brevissima attuazione. Sconcertato da questa sconfitta, passò un lungo periodo depressivo, dove scrisse nel 1951, forse la sua opera più commovente "che amma' fa..?", impregnata di accesi toni nichilistici nei confronti della società, del suo lavoro e della vita in generale. Muore solo e malato nel 1964 in Ungheria dove risiedeva da circa 12 anni per motivi affettivi: conobbe infatti Katiska Rubla, il suo più grande amore che lo abbandonò dopo un decennio di convivenza. Negli ultimi tempi numerosi sono stati gli aforismi, e gli scritti che sono stati ritrovati, spesso parzialmente.

                                                          

dipinto della Valle del Bradano, 1943 Giovanni Lecchia

 

 

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